Gocce di pioggia

gocce di pioggia con manoQuando ero piccola, avevo l’abitudine, forse come tutti i bambini, di convertire tutte le cose in nuclei familiari.  A ogni cosa, a cominciare dalle molliche di pane che rimanevano sparse sulla tovaglia dopo aver mangiato, dalla più grande alla più piccola davo loro un ruolo: c’erano il padre, la madre, i figli, che erano disposti per ordine di grandezza, e tutte le altre rimanenti molliche rappresentavano dei parenti che venivano a fare loro visita.  Quello che però catturava il mio interesse erano le gocce di pioggia che cadevano rumorose sui vetri delle finestre, quando fuori imperversava il temporale. M’incantavo a osservare i rivoli d’acqua che lasciavano le gocce sbattendo sui vetri; dal loro scrosciare si creavano percorsi che s’incrociavano con quelli di altre gocce e che poi, a loro volta, si perdevano schizzando via al proprio destino. Le gocce che cadevano erano destinate, come le precedenti, a ripercorrere lo stesso tracciato stabilito dalle prime, per perdersi anch’esse nel vuoto come quelle passate, così come avrebbero fatto tutte le altre che scorrendo via avrebbero dato seguito ai loro tracciati. Il vetro della finestra si bagnava velocemente di schizzi e rigagnoli dove io, forse preda della noia, mi divertivo a scommettere tra me e me, se questa volta una particolare goccia avrebbe potuto indirizzare altrove la sua caduta. Come una dea dai grandi poteri magici allora, creavo con il dito linee e tratti sul vetro, pensando di poter cambiare la loro sorte. Quella finestra diventava così la base dove si dispiegava una rete di vicende intrecciate tra loro, teatro di tante miserie, drammi e tragedie create da quelle piccole gocce che magari avrebbero voluto cadere in un altro luogo.  Non ho mai raccontato a nessuno questa storia, ritenendola molto stupida, ma, dopo aver conosciuto le Costellazioni Familiari di Bert Hellinger[1], mi sono resa conto che forse tanto stupida non è.

Autrice: Manuela Mariani

[1] Ideatore delle Costellazioni Familiari.

Sognare il Pane

paneVi ricordate la bellissima trilogia “Pane amore e fantasia, Pane amore e gelosia e Pane amore e….” di Dino Risi? Il film narra le vicende del Maresciallo Carotenuto trasferito a Sagliena, un paesino sgarrupato e poverissimo dell’Italia centrale, nell’immediato dopoguerra. In questo luogo è stato trasferito il maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica) donnaiolo attempato che dovrà adattarsi alla monotona e tranquilla vita di paese. Accudito dalla domestica Caramella (Tina Pica), il maresciallo si barcamena, tra un pettegolezzo e una maldicenza, alla direzione della locale stazione dei carabinieri. Nel paese spiccano i personaggi della focosa e battagliera Bersagliera (Gina Lollobrigida) segretamente innamorata del timido carabiniere Stelluti e quello della levatrice Annarella, che alla fine si fidanzerà col maresciallo.
Il titolo è tratto da una delle battute del film. Il maresciallo Carotenuto (Vittorio De Sica) si rivolge a un contadino seduto su un gradino intento a mangiare: «Che te mangi?»
Contadino: «Pane, marescià!»
Maresciallo Carotenuto: «E che ci metti dentro?»
Contadino: «Fantasia, marescià!!»

Nella storia dell’umanità il pane è da sempre un alimento essenziale per la vita dell’uomo e ha un valore fondamentale e sacro. Nel libro de “I Promessi Sposi” Alessandro Manzoni descrive quello che Renzo Tramaglino (protagonista del romanzo) trova a Milano: La sera del 10 novembre del 1628 Renzo, proveniente da Monza giunge nel capoluogo lombardo presso porta Venezia. Quella sera Renzo nota dei fatti anomali, la gentilezza di un viandante a cui chiede indicazioni per la strada per il convento di padre Bonaventura, i gabellieri che lo lasciano passare senza fermarlo, le strisce bianche di farina per la strada e i pani sparsi qua e là per terra. Renzo si rende conto che Milano è afflitta da una carestia causata da circostanze naturali, dalla guerra e dal malgoverno. Il malcontento cresce e il giorno dopo l’11 Novembre 1628 scoppia nella città  una rivolta contro il prezzo troppo alto del pane.

Non avere pane significa ancora oggi avere fame, essere in difficoltà, essere povero. Ecco alcuni modi di dire rispetto al pane:
Pane al pane = essere schietti, dire le cose come stanno.
Buono come il pane = apprezzamento, positività.
Mangiare pane a tradimento = approfittarsene, non contribuire.
Spezzare il pane = condividere.
Guadagnarsi il pane con il sudore della fronte = lavorare sodo.
Pane per i suoi denti = scontrarsi con qualcuno che ne sa di più.
Chi ha il pane non ha i denti = non si può avere tutto nella vita.
Panem et circenses = pane e giochi del circo, cioè contentino per il popolo.
Non si vive di solo pane = è necessario soddisfare anche i bisogni spirituali.
Come  sa di sale il pane altrui! = è duro dipendere dagli altri.
Pane per la vecchiaia = essere previdenti, mettere da parte per il futuro.
Va via come il pane = un articolo che si vende bene.
Rendere pan per focaccia = vendicarsi.
Non è pane per i nostri denti = qualcosa al di fuori della nostra portata.

Fortemente investito di significato in ambito cristiano, il pane compare due volte in modo particolarmente rilevante nell’episodio evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci e nella cerimonia dell’Eucarestia, in cui il pane è assimilato alla vita e al corpo di Cristo. Da qui prende forma il pensiero superstizioso che sostituisce quello religioso nel credere che porti male buttare via o fare spreco del pane. Poiché si tratta di un nutrimento sacro, per ogni azione irrispettosa rivolta al pane si rischia di incorrere nelle peggiori disgrazie. Per esempio un’antica superstizione vuole che il pane posato al rovescio sulla tavola, abbia a che vedere con la figura del boia. Questa figura incuteva così tanto timore che nessuno doveva posare la mano su un oggetto che questi aveva toccato o che semplicemente era a lui destinato. Il fornaio perciò metteva al rovescio il pane destinato al boia per distinguerlo da quelli destinati alle persone “per bene”.

Nella storia dell’uomo il pane è diventato sinonimo di cibo, vita e benessere, dalla nascita fino alla morte. Fin dalle epoche più remote il pane fu al centro di cerimonie religiose, leggende, miti e usanze e, per scongiurare la fame e le carestie l’uomo chiedeva l’aiuto del soprannaturale.
Il popolo dei Sumeri, di stanza a Babilonia dall’inizio del III millennio a.C., credeva che il grano avesse un’anima e che gli dei si cibassero di cereali. In occasione di ogni pasto divino si offrivano quindi dei pani sacrificali. Gli antichi Egizi consacravano il primo campione di   cereali di ogni raccolto alla dea delle messi Hathor e donavano del pane ai morti affinché potessero cibarsene nell’aldilà. A Demetra, la dea greca della fecondità, durante la semina venivano offerti i primi semi.

In tempi più recenti rimase viva a lungo in Europa l’usanza di offrire il primo pane del nuovo raccolto a un viandante, che avrebbe potuto essere un inviato celeste o addirittura Dio stesso.
Il miracolo della moltiplicazione dei pani, riportato nel Nuovo Testamento, e soprattutto l’Ultima Cena sono fra i più noti episodi religiosi legati al pane. La preghiera del Padre nostro “Dacci oggi il nostro pane quotidiano…” ci ricorda il nutrimento spirituale necessario per la nostra anima.Ogni festa ha il suo pane, e pane e sale sono segno   di ospitalità e anche durante le nozze sono offerti come simbolo del matrimonio e della famiglia. Nel giorno dei morti, in Messico si mangia il “pan de muertos” in loro memoria.

Le feste di ringraziamento per il buon raccolto si celebrano tuttora in tutto il mondo. La preparazione di pani speciali in occasione di raccolti, fidanzamenti, matrimoni, nascite o battesimi è un’usanza diffusa in particolare nell’Europa centrale, e spesso si tratta di   vere e proprie opere d’arte. In Belgio, Germania, Austria e Svizzera si infornano ancor oggi omini di pasta nel giorno di San Nicolao. Nella Lötschental è ancora viva l’abitudine del “Mitscha”, il pane battesimale con il simbolo della croce e le iniziali di Cristo che viene offerto da padrino e madrina.

Il 6 gennaio, festa dell’Epifania, è celebrato in molti Paesi con un apposito dolce dedicato ai Re Magi. In origine si trattava di una festa pagana che gli antichi romani celebravano in onore di Saturno, dio della semina. Nel corso di un gioco si eleggeva un “re per un giorno” e si teneva un banchetto al quale anche i poveri potevano prendere parte. In seguito la tradizione si mescolò con le usanze nordiche, secondo le quali all’interno dei dolci venivano nascosti dei fagioli. Solo nel Medioevo la tradizione si   tramutò nel culto dei tre Re Magi del Cristianesimo.

Nei sogni il pane annuncia che il sognatore sarà in grado di acquisire quello che gli manca sul piano psichico e spirituale. Ricevere il pane è segno di conquista di valori positivi; valori di cui è invece alla ricerca chi sogna di volersi procurare del pane. Non avere pane significa ancora oggi avere fame, essere in difficoltà, essere povero.

Il pane può anche riferirsi, in modo simbolico, al corpo della persona che si ama e,   panini di una particolare forma, hanno riferimenti sessuali. Freud collega il pane al sesso e alla persona amata, mentre Jung vi riconosce un nutrimento del tipo spirituale. E per finire  ecco una ricetta della cuoca Sara Papazzoni esperta in cucina naturale:

Ricetta del Pane dolce

1/3 di   farina bianca 0
1/3 di farina integrale
1/3 di farina di castagne
prugne secche snocciolate, fichi secchi, lievito.
Impastare il tutto fino a che si stacca dalla   tavola. Coprire e lasciare lievitare 2 ore c.a.
Fare un filoncino (oppure una ciambella) una forma media piccola.
Cuocere in formo a 200° per circa un’ora.
Mangiarlo con la ricotta è una prelibatezza!

Sognare il pane

Margherita scrive:
Per il momento sono disoccupata, ho inviato il mio curriculum per un centinaio di posti di lavoro ma senza esito. Notti fa ho sognato di essere in una panetteria e il fornaio sorridendo mi consegnava del pane caldo. L’ho interpretato di buon auspicio mi sbaglio? Spero tanto di no!

Risposta:
Niente affatto! Anzi, aspettati una buona notizia da un momento all’altro.
Per un buon presagio la Cabala associa il pane al n. 50

Moreno   scrive:
Ho sognato di imburrare del pane, cosa significa?

Risposta:
Significa autoerotismo, ma anche ottimi guadagni! Potresti giocarti qualche numero…
Per prospettive di arricchimento la Cabala associa il n. 3

Livia   scrive:
Ho sognato di sfornare del pane ma era troppo cotto anzi direi bruciato.

Risposta:
Purtroppo cara Livia non ho una buona risposta da darti. Un sogno di questo tipo mi fa pensare a progetti che non andranno in porto.
Per questo periodo di restrizioni la Cabala associa   il n. 83

Autrice: Manuela Mariani