Storia di una ragazza anoressica che aveva perso il suo cuore

LUMICINOC’era una volta un puntino luminoso, che decise di scendere dalle Galassie per trasferirsi sulla Terra.
Ciò avvenne perché era stato chiamato da una bambina, in sogno, che aveva perso il suo cuore. Ella, che si chiamava Ilaria, era stata abbandonata da tutti, compresi i suoi familiari e per questo soffrì talmente tanto e talmente a lungo da perdere il suo cuoricino. Lo cercò per giorni e notti, negli angoli più riposti della sua casa, persino in giardino e in soffitta. Niente. Era scomparso, o meglio, forse lo avevano rapito. Ma chi, e quando? E dov’era era? Il suo petto era ormai piatto: nessun sussulto,  nessun sobbalzo, tutto taceva. Non era morta, a dire il vero, solo che viveva come le piante e tutti gli esseri vegetali che si nutrono, respirano, dormono ma non trepidano, non sentono nulla dentro di loro. E pensare che la piccina era così sensibile: amava tutto e tutti.
Una notte, o meglio era quasi l’alba, Ilaria ebbe una visione: aprì gli occhi e immaginò che al posto del suo cuoricino ci fosse un puntino luminoso. «Chi sei?», gli chiese sorpresa, ma contenta. «Sono Lumicino e sono venuto dal cielo per aiutarti». La piccola fu felice, si sentiva meno sola e Lumicino era come un terzo occhio per lei, per cercare meglio quella cosa così importante che le mancava. E così cominciò la vita di Ilaria con il suo nuovo amico.
Erano inseparabili: dormivano, mangiavano e giocavano sempre insieme. Facevano anche i compiti per la scuola, aiutandosi l’un l’altra. Passeggiavano e facevano la spesa, cucinavano e mettevano a posto la casa, ridevano e piangevano senza mai, però, la speranza di ritrovare il cuore.
Quando, la sera, le stelle sorgevano e si potevano ammirare perché il cielo era terso e la tramontana aveva spazzato via tutte le nuvole, Lumicino si affacciava alla finestra e sospirava: «Oh, come vorrei essere lassù con voi! Ma non mi sono pentito di essere venuto in soccorso di Ilaria sulla Terra, anche perché sono convinto che la nostra impresa avrà buon esito. Per questo, però, prego soprattutto la Stella Polare, la più potente, di non abbandonarci e di aiutarci». Tutto tacque. Era così difficile  accaparrarsi il favore della Regina delle stelle così bella, così misteriosa, così visibile ma inafferrabile. Lumicino doveva tornare lassù, cercare Stella, parlarle personalmente e donarle una pera d’oro che si trovava sulla Terra, in una regione conosciuta solo a una fata di nome Smartie. Ora, quindi, il compito si faceva sempre più arduo.
Ilaria venne a conoscenza di questo progetto e pregò Lumicino di rimanere con lei, senza avventurarsi oltre. Ella era contenta così, con il suo amico venuto dal cielo. Ma Lumicino era deciso a riportarle il Cuore.
Il lunedì seguente, preparò i suoi bagagli – una piccola urna in cui avrebbe viaggiato – salutò Ilaria che pianse, pianse fino a che non lo vide sparire nel cielo azzurro. Lumicino arrivò presto a casa sua. Andò dai suoi e raccontò dapprima la storia della sua amica terrestre e poi il suo progetto con Stella Polare. Tutti – sì, perché Lumicino aveva ben cinque sorelle – lo ascoltarono, ma quando sentirono che Lumicino voleva recarsi a cercare la pera d’oro da donare a Stella, allora no! «Tu non ti muoverai più da qui!», dissero in coro. «Ci teniamo troppo a te. Non abbandonarci! Capiamo che ritrovare il cuore di Ilaria è un’impresa meravigliosa, ma tu possiedi una famiglia e non la puoi trascurare così!».
Lumicino rispose rivolgendosi a loro così: «Oh, sorelline, vi prego, lasciatemi andare. Sono anni che sogno dentro di me di poter essere d’aiuto a un terrestre, perché mi sono simpatici e poi… perché io… non ho mai visto un cuore!».
Le stelline furono convinte: un cuore! Un cuore umano, quello che possiedono gli astronauti e che mettono così in pericolo quando vanno a girovagare per la Luna, Marte, Urano, Venere. E come sarà codesto «coso?» Piccolo, grande, verde, rosso, magari parlante oppure muto come un pesce. Bene, ora vi era l’approvazione generale di tutti. Lumicino si rinfrescò, mangiò un piccolo raggio e si riposò.
Che avventura lo aspettava! Innanzitutto la pera, e mentre riposava pensava: «E io, dove la trovo la fata che ha la pera d’oro?». Ma si addormentò subito. Quando si svegliò, partì. Ritornò sulla Terra: atterrò nel bel mezzo di una catena di montagne così alte, così bianche e così belle. Girovagò un po’ senza meta. Arrivò in un paese, ma non poteva certo chiedere dove si trovasse la fata. Triste e sconcertato, entrò in una casetta calda e accogliente. Aveva freddo: si mise vicino al  caminetto, aveva anche fame e prese un po’ di cioccolata calda dalla tazza di una bambina bionda che era lì dentro. La piccola fece caso a lui che subito disse: «Sssh, non fiatare. È pericoloso». La bimba rise, rise così tanto che il resto della gente che era lì cominciò a guardarla. «Non è nulla», disse. Lumicino era sorpreso. Cosa voleva dire tutto ciò? Forse era la fata? Aveva ragione. La bella bambina era proprio lei, e il caso aveva voluto che si incontrassero quasi subito. Glielo disse «a un orecchio» la coccinella che, prima di partire, le sorelline gli avevano regalato. «È lei, proprio lei, la fata che cerchi e ti sta aspettando per portarti a prendere la pera d’oro». Lumicino era felice. La bimba si allontanò, lo raggiunse e gli disse: «La pera è dall’altra parte della Terra, in una regione sconosciuta. Devi recarti da mia sorella, che ti darà altre istruzioni». Lumicino la ringraziò e ripartì subito. La strada era molto lunga, ma fortunatamente lui poteva volare. Attraversò città, paesi, valli, laghi, pianure, deserti, catene montuose. Era proprio bella, la Terra! Così colorata, così multiforme, così variegata, così ricca di genti così diverse fra loro! Arrivò alla meta. Lo capì quando la coccinella gli disse di fermarsi. Il posto era meraviglioso, sembrava situato su di un arcobaleno e la fata vi regnava sovrana in un castello.
«Toc toc», bussò Lumicino. «Chi è?», chiese un servitore dall’interno. «Aprimi, per favore, cerco la fata, mi manda sua sorella». «Vieni, accomodati». Il servitore lo fece entrare e lo pregò di attendere. Lumicino aspettò un po’ e la fata venne: era vestita interamente di rosa, era meravigliosa! «Ciao, piccola sorgente di bontà, oltre che di luce!», lo apostrofò la fata.
«Ciao, splendido esemplare del mondo magico!», replicò Lumicino. E così furono subito amici. «Ti manda mia sorella?», chiese la fata. «Sì, perché devo avere assolutamente al più presto la pera d’oro, altrimenti c’è il rischio che una mia amichetta terrestre rimasta senza cuore possa morire da un momento all’altro. Quindi, ti prego, dammi la possibilità di aiutarla!».
La fata, commossa dal racconto di Lumicino, lo fissò talmente tanto e talmente a lungo da impossessarsene. Erano fusi, ormai, un’unica cosa. Uscirono dal castello, s’incamminarono verso il bosco, raggiunsero la fonte d’acqua più vicina alla dimora regale e… ecco l’albero dalle pere d’oro!
Oh, come erano belle, splendenti, così ben forgiate, ma quasi quasi appetitose. Si trovavano in un posto magnifico: una conca circondata da alti fusti di faggi, abeti, pioppi che insieme formavano una spirale con le più basse querce più centrali, e poi gli alberi da frutto proprio intorno alla pozza d’acqua che riempiva lo spazio come fosse l’ombelico del posto!
Descriverlo non è facile, tanto era affascinante e strano, così singolare che sembrava un’oasi unica al mondo. L’alba e il tramonto confondevano i loro colori dipingendo l’aria. E l’albero dalle pere d’oro era il dono che la Natura aveva offerto a quel posto incontaminato. Essa, durante un’occasione che non sto qui a raccontare, anche se sarebbe molto interessante, attraverso un incantesimo aveva preso tutti i cuoricini di bambini morti per malattia o per disgrazia e li aveva trasformati in frutti dorati perché fossero immortalati e quindi resi più preziosi e introvabili per non essere più feriti.
Ecco dove era il cuore di Ilaria. Natura aveva pensato bene di proteggere quell’esserino così ferito affinché potesse vivere in serena pace in un mondo di beatitudine. Ora che Ilaria viveva desiderosa di riaverlo, Natura aveva provveduto che ciò avvenisse con la promessa, però – e questo Lumicino lo lesse sull’albero a chiare lettere – di proteggerlo come se fosse il gioiello più prezioso.
Lumicino prese la pera dove c’era scritto il nome di Ilaria (era tanto pesante) ma, con l’aiuto della fata, s’incamminò verso il paese di Ilaria. Miracolo! Più camminavano, più il frutto duro e compatto sembrava sciogliersi come neve al sole.
Quando arrivarono, era diventato proprio come Lumicino lo aveva immaginato: lo donò alla piccola che esultò dalla gioia.
Ancora oggi balla, ride, scherza, scrive a Lumicino e alle fate che sono sicuramente i suoi migliori amici.
E guai a chi prova a scoprire il suo segreto! Ormai la sua vita ha un senso, un senso che conduce all’Amore!

Quando rileggo le storie spesso mi commuovo, perché mi trasmettono la gioia che, allora, provavo nel cercare di ritornare alla vita, sebbene con molta fatica e non senza l’aiuto di personaggi che somigliavano proprio a Lumicino, Smartie e sotto la guida della Stella Polare.
Avevo perso anch’io il cuore, perché l’anoressia arriva proprio per manifestare, attraverso il corpo così emaciato e sofferente, la mancanza di amore. Ma, se ci hanno rubato la nostra identità, corriamo a riprendercela!
Chi sono, in fondo, coloro che si permettono di privarcene?! Non è facile in quei momenti in cui sembra che non ce la possiamo fare e siamo solo tese a mostrare il nostro scoramento quasi quasi sembrando di consegnarci nelle loro mani!Ma …ecco la pera d’oro! Era tutta lucente per me che stavo piano piano riscoprendo il mondo. Mia madre mi diceva di mangiare almeno quei bellissimi frutti che mi comprava al mercato. Così da strega si trasformava anche lei in fata, non bella e buona come Smartie, ma sufficientemente amorevole per restituirmi alla vita.

tratto dal libro “Le figlie della Luna” di Isabella Lacasella ed. Magi

L’albero Faustino

C’era una volta un albero secolare bello, grande, con tantissimi rami pieni di foglie. Era nato in un bosco e aveva sempre vissuto lì in compagnia del resto della vegetazione  che era cresciuta con lui; insomma, conosceva vita, morte e  miracoli di quel posto.
I bambini, quando capitavano con le mamme per giocare, lo notavano subito e, per prima cosa lo abbracciavano e poi lo facevano diventare la tana dell’acchiapparella o il nascondino. Lui era tanto felice perché si sentiva amato e coccolato.
Ma un bel giorno accadde che il povero albero sentiva che la linfa vitale stava piano piano venendo meno: si stava invecchiando, però non era dispiaciuto per se stesso, ma per i bimbi che venivano e, forse un giorno, lo avarebbero trovato spoglio e rinsecchito.
Allora ebbe un’idea: “E se dico alle fogle più alte di gettare i semi perché mi riproduca quando non ci sarò più?”
L’albero che chiamerò Faustino, era molto sentimentale: pensate che piangeva sempre all’idea di non vedere più i bambini, il suo cuore soffriva e stava sempre con “le sue foglie” in un mondo suo, pieno di immaginazione e creatività.
A quella richiesta, la fogliolina più arguta e intelligente, però gli disse: “Ma che cosa vai dicendo, mio vecchio! Tu camperai altri cent’anni: ti sei fissato che devi morire come quella volta che ti piaceva tanto una quercetta tanto carina e te la sei lasciata scappare perché eri convinto che avesse un altro. Smettila di stare troppo per l’aria, quaggiù ci siamo noi. Pensa piuttosto alle tue radici e vedrai che vivrai molto meglio!”.
Faustino ascoltò per l’ennesima volta la ramanzina di Frondina di cui, peraltro, si fidava moltissimo perché spesso, lo aveva ripreso e lo aveva riportato alla realtà.
Come era strampalato Faustino! Però, allo stesso tempo, com’era affascinante, immerso sempre nei suoi sogni!
Frondina era la sua figlia maggiore, ordinata, precisa, razionale, completamente diversa da lui, ma che, nonostante tutto, amava alla follia e che stimava sperando, un giorno, di avvicinarsi a lei. E fu proprio Frondina che lo salvò dalla depressione a cui stava andando incontro: le sue parole erano servite per rinvigorirlo; cominciò a curarsi di più, ad accogliere i bambini a “tronco aperto”, senza però mai rinunciare a quei sogni a cui era tanto affezionato.
Aveva imparato, però (ci vollero anni!) ad amare le sue radici così come amava tutto il resto del suo essere, rami e foglie comprese!


autrice: Isabella Lacasella