L’amore ai nostri giorni

cuoriNon solo nei colloqui quotidiani fra persone di ogni età e sesso, amici e conoscenti, colleghi di lavoro ma anche nei programmi televisivi di tutte le tv private e nazionali, negli articoli di giornali e riviste di ogni genere si dibatte questo problema che nasce da esperienze sofferte: arrivati ad un certo punto della vita di coppia o nei rapporti sentimentali da poco iniziati, si riconosce che lui/lei non è più adatto al tipo di rapporto, alle aspettative che si nutrivano all’inizio: lui/lei è d’impedimento e di danno alla propria crescita (personale) spirituale, alla pace, all’equilibrio, al piacere che una persona si aspetta di raggiungere in una relazione a due, se mira alto oppure è di ostacolo agli interessi personali più concreti ed egoistici, alla libertà di fare ciò che di più piace senza complicazioni, se ha aspirazioni molto comuni e mediocri. Conseguenze di tale stato d’animo sono rabbia e fastidio, negatività e la spinta, l’impulso istintivo ad abbandonare il compagno/a per un’altra persona più affine nelle aspirazioni e più vicina ai propri ideali. Tale constatazione è talmente comune ed evidente che ci fa pensare seriamente, almeno alla prima impressione, che è difficile trovare coppie in piena armonia e addirittura ci fa domandare se sarà possibile incontrare la persona giusta per godere le gioie dell’amore. E’ però una riflessione molto negativa. Ora cerchiamo di capire cosa si nasconde dietro tale realtà così palese e frequente. Prima di tutto, caro lettore, devi capire il tipo di rapporto che hai con la persona che ti crea ostacoli e impedimenti: c’è sempre un aspetto karmico da considerare, che noi attiriamo come calamite sempre le persone con cui abbiamo avuto a che fare in vite precedenti e abbiamo scelto noi stessi al momento della reincarnazione di rincontrarle per pareggiare debiti e crediti morali e materiali e per migliorarci trasformando i nostri comportamenti con consapevolezza accettazione e perdono. Mi rendo conto che parecchi lettori o sorrideranno o mi prenderanno per un ingenuo sognatore fuori della realtà, ma è una giusta riflessione che occorre sempre fare. Per avere la certezza che quello che viviamo è un rapporto karmico da noi scelto per un motivo ben preciso, si può fare una prova-verifica: se pensi che la persona problematica non è più adatta a te, perché non la cambi e te ne scegli un’altra più idonea alle tue aspirazioni? Se ti è concesso di fare tale cambiamento anche faticoso, è segno che sei maturo/a per un’altra esperienza, se no, significa che devi sviluppare anche altre qualità del tuo carattere necessarie alla tua e alla sua crescita (non si cresce o si affonda mai da soli). Quando avrai maturato quelle caratteristiche richieste dal tuo essere più profondo, allora potrai ottenere ciò che più desideri in armonia con te stesso, altrimenti incontrerai sempre le stesse difficoltà, le stesse esperienze di sofferenza e di fastidio finché non le avrai superate con consapevolezza e disponibilità e direi con amore. Tale è la legge dell’evoluzione. Una volta capito ciò, puoi iniziare il vero lavoro su te stesso, il lavoro di liberazione dalle dipendenze e condizionamenti. Il lavoro può iniziare, ad esempio, già durante le discussioni e i litigi occasionali nel tuo rapporto di coppia in cui è importante che tu stia all’erta e presti attenzione a ciò che provi di reazioni istintive; osservati possibilmente con obiettività (altrimenti non farai altro che rafforzare la tua opposizione e l’aggressività, in una parola la tua egoità) per capire cosa ti dà fastidio, quali principi, opinioni e aspetti del tuo carattere vengono attaccati o messi in discussione dal tuo partner e prendine coscienza. Questo iniziale esercizio di osservazione e attenzione non è possibile sempre eseguirlo contestualmente perché dipende dal grado di coinvolgimento e dalla rabbia che si vive in quei momenti, però comunque va fatto anche dopo in un momento di pausa. Se fai questo esercizio con serena obiettività e con l’intento di ritrovare l’armonia in te e nel rapporto, ti accorgerai di alcuni aspetti del tuo carattere non molto positivi e per te forse ancora sconosciuti fino ad allora.

Autore: Mario Ramponi
Per approfondire questo articolo puoi cliccare su: http://ramponimario.blogspot.it/

Chi è la donna vittima di violenza psicologica

vittima di violenza

Alcuni anni fa ho avuto modo di lavorare (attraverso le Costellazioni Familiari)[1] con alcune donne vittime di violenza, principalmente di violenza psicologica. Queste donne, mi hanno dato la spinta di approfondire ulteriormente questo argomento, ma soprattutto di conoscere in senso ravvicinato chi sono le donne che accettano di subire violenza fisica, psichica, emotiva, economica e via dicendo e soprattutto: perché?

Attraverso analisi statistiche, è emerso che la violenza è la prima causa di morte e di invalidità, più del cancro, degli incidenti stradali e della guerra; una realtà che non risparmia nessuna nazione, né classe sociale. Una realtà di drammi che il più delle volte si consumano tra le pareti di casa e tutte le donne possono esserne vittime senza limiti di età.

Molte volte ci troviamo a sentire storie di vita “normale”, di persone in coppia da molti anni. Una coppia, che qualche volta litiga, ma niente di più. Ma anche le brutte storie hanno un principio, e quindi una donna che potremmo chiamare “Gabriella, Marina, Rosalba” che prende di corsa i figli, afferra le poche cose a portata di mano e scappa da casa portando con se solo un bagaglio di dolore. Ma cosa spinge a far fuggire una donna così in fretta, da farla uscire di casa così come si trova e a volte anche in pantofole? E’ la paura.

La paura più insensata e angosciante per l’uomo che le vive accanto e dice di amarla perdutamente. Un solo sguardo può fare “paura”, confondere e può togliere ogni sicurezza rispetto al proprio modo di essere. Come è possibile che proprio quello sguardo della persona amata come un fidanzato, un marito, un padre o un familiare o la semplice presenza di “questa” persona fa sentire inadeguata ad ogni contesto, incapace di affrontare e risolvere qualsiasi problema una donna? Basta uno sguardo che accompagna e giudica in ogni minimo gesto quotidiano a far sentire di non essere mai come si dovrebbe essere. Addirittura, uno sguardo, “quello sguardo”, può essere su di noi, anche se “lui” non è con noi in quel momento. Quello sguardo che diventa una gabbia anche quando non esistono sbarre che possono limitare la propria libertà

Spesso, dentro la sensazione di essere inadeguate, sbagliate, inopportune e incapaci, dietro agli sguardi sfuggenti o al contrario sfidanti e disperatamente provocatori di molte donne, si possano celare situazioni di violenza psicologica, esercitata all’interno della sfera privata.

Le donne che subiscono violenza psicologica, non sono quelle donne che mostrano lividi o segni, perché questi “non si vedono”. I maltrattamenti psicologici non lasciano tumefazioni ed escoriazioni visibili nel corpo tuttavia, la violenza psicologica produce ferite in luoghi più profondi segnando la vita di chi ne è vittima. Ci sono parole che possono ferire profondamente più dei pugnali, possono essere usate per umiliare e giorno dopo giorno distruggere una persona, togliere ogni sicurezza e gioia di vivere.

Questo tipo di aggressioni attuano un processo di mortificazione psicologica attraverso parole denigratorie continue: “non sai fare nulla”, “sei proprio una persona inutile”, “che cosa vuoi parlare tu che non sei nessuno”, “solo una povera idiota potrebbe fare quello che fai tu”, “è meglio che ti togli dai piedi”, “non sei capace di fare nulla né la moglie né la madre”, ecc. Silenzi accusatori, gesti, sguardi e toni di voce di continua disapprovazione che ridicolizzano ogni cosa detta o fatta, sviluppano un lento e sottile smantellamento della propria autostima. Il clima che si viene a creare è di disapprovazione continua dove qualsiasi atteggiamento o comportamento viene ritenuto sbagliato o inadatto. E questo non tanto perché il comportamento viene preso di mira, quanto perché è presa di mira la persona in quanto tale, in ogni cosa che fa e manifesta la propria individualità. La donna che ne è vittima comincia a vivere in un continuo stato di tensione e di colpa. Le attività più elementari si trasformano in attività che inevitabilmente la mettono alla prova e la vedono sotto esame. Ogni azione necessita dell’approvazione dell’uomo/carnefice che però in realtà viene vissuto come l’unico possessore della verità, l’unico ad essere capace di poter esprimere il “giusto” giudizio sull’operato che essa mette in atto. Non è un caso che molte donne, che riescono dopo tanto tempo a condividere con qualcuno la propria realtà, non solo si vergognano e si scusano, ma sostengono di “essersela cercata” e – come intrappolate nel proprio dolore – finiscono per ritrattare, negare o non denunciare non solo per paura, ma perché “non si denuncia chi si ha amato”, “non si denuncia il padre dei nostri figli”.

La violenza che non sporca le mani perché è fatta di parole, gesti, sguardi, allusioni, offese velate o esplicite che umiliano e mortificano fino a far sentire la persona disperata e sola. Ma ciò che è ancor più devastante è vedere attuare questo atteggiamento da una persona cara, che si ama e dalla quale ci si aspetta ben altro. Esistono situazioni in cui si impedisce alla donna di uscire da sola magari adducendo motivi circa la pericolosità dei luoghi, degli orari, o trasformando la rinuncia come prova d’amore o di fedeltà. Peggio ancora è la limitazione della libertà economica, che mette la persona in condizione di dover “chiedere”, per far fronte ad ogni esigenza personale e/o familiare, questo è un ulteriore elemento che frustra la donna nella sulla libertà e nella sua dignità. Come appare in questo caso una donna? Confusa, strana, paranoica, con manie di persecuzione, esagerata, indecisa, insicura, diffidente, spaventata.

Molte donne non si rendono conto che vengono quotidianamente e continuamente manipolate dalla persona cara che hanno accanto. Credono di “conoscere” l’uomo che hanno sposato o scelto come compagno, ma in realtà, non conoscono i processi e le reazioni che vengono generati da tali violenze silenziose. Questa tipologia di uomini crea un circolo vizioso basato sulle menzogne, sui sensi di colpa e sulle paure da inculcare nell’altra: il sarcasmo, la derisione continua, il disprezzo, espresso anche in pubblico con nomignoli o appellativi offensivi, il mettere costantemente in dubbio la capacità di giudizio o di decisione, servono a destabilizzare emotivamente, senza che chi sta intorno alla donna se ne accorga, come i figli per esempio. Le donne sottoposte costantemente a questo clima iniziano a dubitare di se stesse, cominciano a dubitare dei propri pensieri, dei propri sentimenti, si sentono sempre in colpa, inadeguate e spesso si isolano o vengono isolate perché assumono comportamenti non spontanei, scontrosi, lamentosi o ossessivi con le persone che intorno non comprendono e giudicano negativamente. Così la donna resta isolata, senza appoggio.

Il confine tra una frase aggressiva dettata da semplice rabbia e una pressione psicologica vera e propria poiché le violenze invisibili procedono per gradi. In primis vi è:

Il Controllo: a poco a poco, l’amato carnefice prende il sopravvento ed è il trionfo della possessività, della volontà di dominare e comandare. Da solo stabilisce a che ora e cosa si deve mangiare, impedisce alla “sua donna” di intraprendere un lavoro o coltivare una passione, decide in maniera totalmente autonoma dove andare in vacanza o le amicizie da frequentare, come educare i figli o cosa fargli fare, dove mandarli a scuola e se frequentare parenti, nonni e amici.

L’isolamento: l’uomo crea distanza dalla famiglia di origine di lei mettendola addirittura contro il suoi stessi familiari, dai suoi amici, ottenendo così che la donna si occupi solo di lui. Con il verificarsi di un completo divario dalla vita sociale, limita tutte le possibilità materiali per comunicare con l’esterno e controlla l’utilizzo di soldi, automobile, telefono. La donna da parte sua confonde questi comportamenti come una prova d’amore e di attaccamento estremo che l’uomo prova nei suoi confronti, solo quando si sentirà in trappola comprenderà che si tratta di atteggiamenti patologici dai quali doversi difendere.

L’indifferenza: l’uomo ignora i bisogni e i desideri della donna e alimenta la frustrazione per tenerla in uno stato di insicurezza, evitando di parlarle, di ascoltarla, di uscire insieme, di accompagnarla dai suoi parenti, tenendole magari il broncio senza mai dare una motivazione.

La gelosia patologica: chi è geloso vuole possedere la propria partner totalmente, e non sopporta che la donna sia “altro” da lui. Minacce, interrogatori interminabili, ricerche di prove, estorsione di confessioni, controllo su telefonino ed email, niente deve sfuggire al suo controllo. Non c’è spiegazione ragionevole che possa placare l’ansia del geloso patologico per via della sua incapacità di accettare una realtà insopportabile: che la propria compagna sia “altro” da lui.

La denigrazione: la donna non è degna di rispetto e non ha diritto ad un’esistenza propria quindi umiliazioni, mortificazioni sul suo aspetto fisico, sui suoi amici, il suo passato etc. La partner non può indossare capi d’abbigliamento che esaltino la propria femminilità, la convince di non essere adeguata, di essere fuori luogo.

Atti intimidatori e minacce: è una violenza indiretta che ha l’obiettivo di far capire quanto si è forti e cosa si è in grado di fare. Si tratta di gesti come picchiare l’animale domestico di casa, rovesciare la cena, sbattere le porte, guidare a tutta velocità oppure minacciare di togliere gli alimenti, portare via i figli o persino di suicidarsi (il che alimenta nella compagna una forte colpevolizzazione).

Sottomissione e condizionamento: A poco a poco la donna perde la sua capacità di vedere distintamente quello che sta accadendo. Non si accorge affatto di subire una violenza fino a quando questa non diventa anche violenza fisica. Si sente costretta ad entrare in un circolo vizioso dal quale è difficile svincolarsi.

Una delle gravi conseguenze visibili, e allo stesso tempo, campanello d’allarme evidente all’ambiente esterno, sono i figli, quei figli che assistono a scenate di violenze verbali o che ne sono stati/e vittime in prima persona. I bambini mostrano problemi di salute e di comportamento, tra cui disturbi di peso, di alimentazione o del sonno. Possono avere difficoltà a scuola e non riuscire a sviluppare relazioni intime positive. Possono cercare di fuggire da casa o anche mostrare tendenze suicide. A volte già da piccoli segnali i figli mostrano ciò che sta succedendo all’interno dell’ambiente domestico: le ore trascorse davanti alla tv o con i videogiochi chiusi in camera non possono distogliere da comportamenti e atteggiamenti maltrattanti che nascono proprio dalle principali figure di riferimento, modello primordiale di uomo e di donna.  Così come le mamme, imparano a mettere in atto tutte le strategie necessarie al “quieto vivere”, al non fare arrabbiare papà, perché in fondo in fondo “gli vuole bene”.

I sintomi/segnali di malessere si possono individuare nei disturbi del sonno, nell’irritabilità, nell’insorgenza frequente di mal di testa e cefalee, nei disturbi gastrointestinali o in un continuo stato di apprensione, di tensione e di ansia. Questi possono essere considerati segnali di disagio di cui è opportuno verificare l’origine per poter coglierne l’evidenza consapevole delle aggressioni subite, comprendere il motivo che ha permesso tutto questo e riprogrammare il proprio significato di rispettabilità, di autostima e di responsabilità in modo che non vengano mai più oltrepassati i limiti del rispetto di se stesse.

Autrice: Manuela Mariani

[1] Le costellazioni familiari sono un metodo per poter indagare le ragioni di alcuni comportamenti ripetitivi che portano disagio nella nostra vita e di cui spesso non riusciamo a capire le cause, in quanto esse possono essere riposte nella storia delle relazioni familiari che ci hanno preceduto, e che noi semplicemente reiteriamo per amore cieco dei nostri genitori, dei nostri avi e del nostro sistema familiare di origine.

 

Gocce di pioggia

gocce di pioggia con manoQuando ero piccola, avevo l’abitudine, forse come tutti i bambini, di convertire tutte le cose in nuclei familiari.  A ogni cosa, a cominciare dalle molliche di pane che rimanevano sparse sulla tovaglia dopo aver mangiato, dalla più grande alla più piccola davo loro un ruolo: c’erano il padre, la madre, i figli, che erano disposti per ordine di grandezza, e tutte le altre rimanenti molliche rappresentavano dei parenti che venivano a fare loro visita.  Quello che però catturava il mio interesse erano le gocce di pioggia che cadevano rumorose sui vetri delle finestre, quando fuori imperversava il temporale. M’incantavo a osservare i rivoli d’acqua che lasciavano le gocce sbattendo sui vetri; dal loro scrosciare si creavano percorsi che s’incrociavano con quelli di altre gocce e che poi, a loro volta, si perdevano schizzando via al proprio destino. Le gocce che cadevano erano destinate, come le precedenti, a ripercorrere lo stesso tracciato stabilito dalle prime, per perdersi anch’esse nel vuoto come quelle passate, così come avrebbero fatto tutte le altre che scorrendo via avrebbero dato seguito ai loro tracciati. Il vetro della finestra si bagnava velocemente di schizzi e rigagnoli dove io, forse preda della noia, mi divertivo a scommettere tra me e me, se questa volta una particolare goccia avrebbe potuto indirizzare altrove la sua caduta. Come una dea dai grandi poteri magici allora, creavo con il dito linee e tratti sul vetro, pensando di poter cambiare la loro sorte. Quella finestra diventava così la base dove si dispiegava una rete di vicende intrecciate tra loro, teatro di tante miserie, drammi e tragedie create da quelle piccole gocce che magari avrebbero voluto cadere in un altro luogo.  Non ho mai raccontato a nessuno questa storia, ritenendola molto stupida, ma, dopo aver conosciuto le Costellazioni Familiari di Bert Hellinger[1], mi sono resa conto che forse tanto stupida non è.

Autrice: Manuela Mariani

[1] Ideatore delle Costellazioni Familiari.

Mia Madre

zia GiulianaUna giovane donna, cresciuta in altri tempi, dove non doveva parlare, ma essere educata. Una donna bella ma che non sa cogliere la sua bellezza. Una donna che vorrebbe un uomo e per lui accetta qualunque cosa. Una donna che pur senza esperienza della vita mette al mondo un figlio. Una donna che dice si a molte cose sbagliate, che non le fanno vivere la vita come dovrebbe e non la fanno sperimentare come donna. Una donna incapace di imporsi per paura di non essere amata. Cresce suo figlio tra altri che interferiscono, schiacciano, urlano, la mettono in dubbio, la pressano. Il figlio, essendo figlio, non vede la madre come donna, come persona, e si sente offeso, tradito, non capisce. Entrambi sanno di non avere più da tanto tempo un contatto fisico, espressivo ed esperienziale. È quasi inevitabile, manca la forza, manca il coraggio, manca la possibilità, servirebbe una rivoluzione troppo pesante, troppo dolorosa, troppo devastante…e allora…il silenzio, un silenzio doloroso, lungo, che crea falsità, sopportazioni, piccole e localizzate aggressioni, allontanamenti…….poi un’immagine, mamma sta morendo, il figlio è ormai un uomo che vede una donna, stanca, avvilita, offesa da chi non ha apprezzato il suo sacrificio. Lui si avvicina a lei, la abbraccia, la coccola, entrambi si chiedono perdono si dicono di amarsi, finalmente l’incontro tanto atteso.
E la morte porta via la possibilità di vivere ciò che entrambi avevano visto finalmente come possibilità insieme.
Era una giovane donna, bella, d’altri tempi….una giovane madre, rimasta fanciulla anche a 74 anni, ora è nel mio cuore per sempre, perché ho ritrovato mia madre.

Autrice: Letizia Borelli

Mia nonna si che sapeva cucinare!

il cibo e l'amoreMia nonna si che sapeva cucinare! E così anche mia madre e mia zia.
Nutrirsi, da sempre è stato il bisogno primario di ogni essere vivente, ma, a differenza degli animali che sono guidati dall’istinto nella ricerca del cibo nel suo stato naturale, l’uomo, grazie alla sua intelligenza e all’affinamento del gusto ha imparato a elaborare gli alimenti con i più diversi procedimenti che vanno dalla cottura alla preparazione, alla conservazione, al sapiente abbinamento dei sapori. Il cibo è amore! Ho ancora il ricordo del sapore della crema pasticcera che mia nonna mi preparava per merenda…mai più ho mangiato qualcosa di simile, neanche il miglior pasticcere di Roma potrebbe farmi riprovare quel sapore squisito che solo lei sapeva elaborare; poi metteva il piatto di crema sul davanzale della finestra per farla raffreddare ma a tavola non arrivava mai perché le mie arbitrarie sditazzate rendevano il piatto impresentabile, ma lei mi perdonava tutto.

Tutti parliamo d’amore, ma che cos’è veramente l’amore? Questo “qualcosa” di indefinibile e infinito che  tutti vogliamo avere, conservare, possedere…storie che cominciano, altre che finiscono, l’amore tra la madre e i figli, tra un uomo e una donna, tra un uomo e un uomo, tra una donna e una donna, l’amore verso gli animali, il cane e il gatto verso il loro “padrone”, l’amore che può esistere tra un cane e un gatto? L’amore è cibo! E si dice che le frasi che esprimono l’amore siano proprio: “Hai fame? Hai mangiato? Ti preparo qualcosa?”.
I miei genitori non erano per niente espansivi nelle loro espressioni d’amore, ma mia madre, quando voleva riscaldare i cuori di noi grandi e dei piccoli, la domenica preparava gli gnocchi, le lasagne, le fettuccine e per quanto mi riguarda tutta la settimana ero a dieta ma la domenica mi davo alle baccanate mangerecce e siccome mia madre aveva l’abitudine di cucinare per un esercito ci portavamo a casa le pietanze che rimanevano. Amare, perciò, significa anche prendersi cura degli altri attraverso il cibo, e più amore mettiamo nella nostra cucina e più la pietanza diventa saporita e nutriente. L’amore è l’ingrediente necessario e primario per condire un solo piatto di pasta che con un filo d’olio diventa una prelibatezza.

Al giorno d’oggi si spadella in continuazione e da tutte le parti a partire dalla televisione in cui si spadella dalla mattina fino alla sera. Ci propinano ricette di tutti i tipi, modi di cucinare come il crudismo, il vegano, il naturale…ma quando qualsiasi piatto è cucinato con amore, in qualunque modo in cui è stato cucinato può farci solo bene, e diventa un nutrimento per il corpo, la mente, l’anima e lo spirito!

Ecco una ricetta offerta con amore:

Pane e Pomodoro, ovvero “La Panzanella”

Ingredienti:

Pane, pomodori maturi, olio e sale

Fette di pane casereccio con mollica, possibilmente del giorno prima. Pomodori maturi tagliati a metà e sfregati sul pane dove lasciano i semi, l’acquetta e la polpa strappata alla pelle dalla ruvidità del pane che deve essere umido. Sale ben distribuito. Un filo d’olio. Con qualche foglia di basilico diventa una raffinatezza.

Prendere ogni fetta di pane con le dita dalla parte della crosta, stringerla e lascarla poi andare in modo che l’olio si sparga liberamente e poi…gustate.

               NON FATE LA GUERRA MA LA PANZANELLA

 Autrice: Manuela Mariani

Storia di una ragazza anoressica che aveva perso il suo cuore

LUMICINOC’era una volta un puntino luminoso, che decise di scendere dalle Galassie per trasferirsi sulla Terra.
Ciò avvenne perché era stato chiamato da una bambina, in sogno, che aveva perso il suo cuore. Ella, che si chiamava Ilaria, era stata abbandonata da tutti, compresi i suoi familiari e per questo soffrì talmente tanto e talmente a lungo da perdere il suo cuoricino. Lo cercò per giorni e notti, negli angoli più riposti della sua casa, persino in giardino e in soffitta. Niente. Era scomparso, o meglio, forse lo avevano rapito. Ma chi, e quando? E dov’era era? Il suo petto era ormai piatto: nessun sussulto,  nessun sobbalzo, tutto taceva. Non era morta, a dire il vero, solo che viveva come le piante e tutti gli esseri vegetali che si nutrono, respirano, dormono ma non trepidano, non sentono nulla dentro di loro. E pensare che la piccina era così sensibile: amava tutto e tutti.
Una notte, o meglio era quasi l’alba, Ilaria ebbe una visione: aprì gli occhi e immaginò che al posto del suo cuoricino ci fosse un puntino luminoso. «Chi sei?», gli chiese sorpresa, ma contenta. «Sono Lumicino e sono venuto dal cielo per aiutarti». La piccola fu felice, si sentiva meno sola e Lumicino era come un terzo occhio per lei, per cercare meglio quella cosa così importante che le mancava. E così cominciò la vita di Ilaria con il suo nuovo amico.
Erano inseparabili: dormivano, mangiavano e giocavano sempre insieme. Facevano anche i compiti per la scuola, aiutandosi l’un l’altra. Passeggiavano e facevano la spesa, cucinavano e mettevano a posto la casa, ridevano e piangevano senza mai, però, la speranza di ritrovare il cuore.
Quando, la sera, le stelle sorgevano e si potevano ammirare perché il cielo era terso e la tramontana aveva spazzato via tutte le nuvole, Lumicino si affacciava alla finestra e sospirava: «Oh, come vorrei essere lassù con voi! Ma non mi sono pentito di essere venuto in soccorso di Ilaria sulla Terra, anche perché sono convinto che la nostra impresa avrà buon esito. Per questo, però, prego soprattutto la Stella Polare, la più potente, di non abbandonarci e di aiutarci». Tutto tacque. Era così difficile  accaparrarsi il favore della Regina delle stelle così bella, così misteriosa, così visibile ma inafferrabile. Lumicino doveva tornare lassù, cercare Stella, parlarle personalmente e donarle una pera d’oro che si trovava sulla Terra, in una regione conosciuta solo a una fata di nome Smartie. Ora, quindi, il compito si faceva sempre più arduo.
Ilaria venne a conoscenza di questo progetto e pregò Lumicino di rimanere con lei, senza avventurarsi oltre. Ella era contenta così, con il suo amico venuto dal cielo. Ma Lumicino era deciso a riportarle il Cuore.
Il lunedì seguente, preparò i suoi bagagli – una piccola urna in cui avrebbe viaggiato – salutò Ilaria che pianse, pianse fino a che non lo vide sparire nel cielo azzurro. Lumicino arrivò presto a casa sua. Andò dai suoi e raccontò dapprima la storia della sua amica terrestre e poi il suo progetto con Stella Polare. Tutti – sì, perché Lumicino aveva ben cinque sorelle – lo ascoltarono, ma quando sentirono che Lumicino voleva recarsi a cercare la pera d’oro da donare a Stella, allora no! «Tu non ti muoverai più da qui!», dissero in coro. «Ci teniamo troppo a te. Non abbandonarci! Capiamo che ritrovare il cuore di Ilaria è un’impresa meravigliosa, ma tu possiedi una famiglia e non la puoi trascurare così!».
Lumicino rispose rivolgendosi a loro così: «Oh, sorelline, vi prego, lasciatemi andare. Sono anni che sogno dentro di me di poter essere d’aiuto a un terrestre, perché mi sono simpatici e poi… perché io… non ho mai visto un cuore!».
Le stelline furono convinte: un cuore! Un cuore umano, quello che possiedono gli astronauti e che mettono così in pericolo quando vanno a girovagare per la Luna, Marte, Urano, Venere. E come sarà codesto «coso?» Piccolo, grande, verde, rosso, magari parlante oppure muto come un pesce. Bene, ora vi era l’approvazione generale di tutti. Lumicino si rinfrescò, mangiò un piccolo raggio e si riposò.
Che avventura lo aspettava! Innanzitutto la pera, e mentre riposava pensava: «E io, dove la trovo la fata che ha la pera d’oro?». Ma si addormentò subito. Quando si svegliò, partì. Ritornò sulla Terra: atterrò nel bel mezzo di una catena di montagne così alte, così bianche e così belle. Girovagò un po’ senza meta. Arrivò in un paese, ma non poteva certo chiedere dove si trovasse la fata. Triste e sconcertato, entrò in una casetta calda e accogliente. Aveva freddo: si mise vicino al  caminetto, aveva anche fame e prese un po’ di cioccolata calda dalla tazza di una bambina bionda che era lì dentro. La piccola fece caso a lui che subito disse: «Sssh, non fiatare. È pericoloso». La bimba rise, rise così tanto che il resto della gente che era lì cominciò a guardarla. «Non è nulla», disse. Lumicino era sorpreso. Cosa voleva dire tutto ciò? Forse era la fata? Aveva ragione. La bella bambina era proprio lei, e il caso aveva voluto che si incontrassero quasi subito. Glielo disse «a un orecchio» la coccinella che, prima di partire, le sorelline gli avevano regalato. «È lei, proprio lei, la fata che cerchi e ti sta aspettando per portarti a prendere la pera d’oro». Lumicino era felice. La bimba si allontanò, lo raggiunse e gli disse: «La pera è dall’altra parte della Terra, in una regione sconosciuta. Devi recarti da mia sorella, che ti darà altre istruzioni». Lumicino la ringraziò e ripartì subito. La strada era molto lunga, ma fortunatamente lui poteva volare. Attraversò città, paesi, valli, laghi, pianure, deserti, catene montuose. Era proprio bella, la Terra! Così colorata, così multiforme, così variegata, così ricca di genti così diverse fra loro! Arrivò alla meta. Lo capì quando la coccinella gli disse di fermarsi. Il posto era meraviglioso, sembrava situato su di un arcobaleno e la fata vi regnava sovrana in un castello.
«Toc toc», bussò Lumicino. «Chi è?», chiese un servitore dall’interno. «Aprimi, per favore, cerco la fata, mi manda sua sorella». «Vieni, accomodati». Il servitore lo fece entrare e lo pregò di attendere. Lumicino aspettò un po’ e la fata venne: era vestita interamente di rosa, era meravigliosa! «Ciao, piccola sorgente di bontà, oltre che di luce!», lo apostrofò la fata.
«Ciao, splendido esemplare del mondo magico!», replicò Lumicino. E così furono subito amici. «Ti manda mia sorella?», chiese la fata. «Sì, perché devo avere assolutamente al più presto la pera d’oro, altrimenti c’è il rischio che una mia amichetta terrestre rimasta senza cuore possa morire da un momento all’altro. Quindi, ti prego, dammi la possibilità di aiutarla!».
La fata, commossa dal racconto di Lumicino, lo fissò talmente tanto e talmente a lungo da impossessarsene. Erano fusi, ormai, un’unica cosa. Uscirono dal castello, s’incamminarono verso il bosco, raggiunsero la fonte d’acqua più vicina alla dimora regale e… ecco l’albero dalle pere d’oro!
Oh, come erano belle, splendenti, così ben forgiate, ma quasi quasi appetitose. Si trovavano in un posto magnifico: una conca circondata da alti fusti di faggi, abeti, pioppi che insieme formavano una spirale con le più basse querce più centrali, e poi gli alberi da frutto proprio intorno alla pozza d’acqua che riempiva lo spazio come fosse l’ombelico del posto!
Descriverlo non è facile, tanto era affascinante e strano, così singolare che sembrava un’oasi unica al mondo. L’alba e il tramonto confondevano i loro colori dipingendo l’aria. E l’albero dalle pere d’oro era il dono che la Natura aveva offerto a quel posto incontaminato. Essa, durante un’occasione che non sto qui a raccontare, anche se sarebbe molto interessante, attraverso un incantesimo aveva preso tutti i cuoricini di bambini morti per malattia o per disgrazia e li aveva trasformati in frutti dorati perché fossero immortalati e quindi resi più preziosi e introvabili per non essere più feriti.
Ecco dove era il cuore di Ilaria. Natura aveva pensato bene di proteggere quell’esserino così ferito affinché potesse vivere in serena pace in un mondo di beatitudine. Ora che Ilaria viveva desiderosa di riaverlo, Natura aveva provveduto che ciò avvenisse con la promessa, però – e questo Lumicino lo lesse sull’albero a chiare lettere – di proteggerlo come se fosse il gioiello più prezioso.
Lumicino prese la pera dove c’era scritto il nome di Ilaria (era tanto pesante) ma, con l’aiuto della fata, s’incamminò verso il paese di Ilaria. Miracolo! Più camminavano, più il frutto duro e compatto sembrava sciogliersi come neve al sole.
Quando arrivarono, era diventato proprio come Lumicino lo aveva immaginato: lo donò alla piccola che esultò dalla gioia.
Ancora oggi balla, ride, scherza, scrive a Lumicino e alle fate che sono sicuramente i suoi migliori amici.
E guai a chi prova a scoprire il suo segreto! Ormai la sua vita ha un senso, un senso che conduce all’Amore!

Quando rileggo le storie spesso mi commuovo, perché mi trasmettono la gioia che, allora, provavo nel cercare di ritornare alla vita, sebbene con molta fatica e non senza l’aiuto di personaggi che somigliavano proprio a Lumicino, Smartie e sotto la guida della Stella Polare.
Avevo perso anch’io il cuore, perché l’anoressia arriva proprio per manifestare, attraverso il corpo così emaciato e sofferente, la mancanza di amore. Ma, se ci hanno rubato la nostra identità, corriamo a riprendercela!
Chi sono, in fondo, coloro che si permettono di privarcene?! Non è facile in quei momenti in cui sembra che non ce la possiamo fare e siamo solo tese a mostrare il nostro scoramento quasi quasi sembrando di consegnarci nelle loro mani!Ma …ecco la pera d’oro! Era tutta lucente per me che stavo piano piano riscoprendo il mondo. Mia madre mi diceva di mangiare almeno quei bellissimi frutti che mi comprava al mercato. Così da strega si trasformava anche lei in fata, non bella e buona come Smartie, ma sufficientemente amorevole per restituirmi alla vita.

tratto dal libro “Le figlie della Luna” di Isabella Lacasella ed. Magi

Mia Madre

Mia madre, classe 1928 era nata sotto il segno del Leone e io, ironicamente, aggiungevo “ascendente Pecora”. Si perché lei era una donna d’altri tempi: sottomessa al marito e dedita a tante rinunce. Nella mia vita ho cercato sempre di essere diversa da lei non accettando il suo modo di essere e di pensare. Nonostante tutto io, come figlia, mi sono trovata indissolubilmente legata alla sua figura soprattutto quando a mia volta sono diventata madre.

Prendere lei come modello mi é risultato molto difficile fino a quando, con gli anni,  non ho osservato l’adorazione di mia figlia che aveva nei suoi confronti. Allora mi sono chiesta qual era la differenza: come la percepivo io come figlia e come invece lei, come nipote? Anch’io adoravo mia nonna materna e stare con lei mi faceva sentire la bambina più amata del mondo, purtroppo però, per conflitti familiari non ho potuto stare con lei a lungo. Da dove hanno avuto origine quindi, le ostilità che si sono create nelle nostre vite tra me e lei?

Mi ricordo che da piccola durante i mesi estivi e già dall’età di tre anni, mi lasciavano in montagna a casa di mia nonna e di mia zia paterne e non mi piaceva per niente starci soprattutto perché mia zia era una zitella acida e anaffettiva che cucinava delle schifezze che poi mi obbligava ad ingoiare fino all’ultimo boccone. In caso contrario venivo punita con il divieto di andare fuori a giocare e di rimanere tutto il tempo seduta a tavola a sentire gli schiamazzi dei miei amici che da fuori mi esortavano a scendere. Io tenevo gli occhi puntati su quella schifezza e speravo in cuor mio in un aiuto divino che potesse farlo sparire dalla vista. Tutto questo scatenava grandi litigi tra mia nonna e mia zia perché, nella speranza di salvarmi, chiedevo aiuto a mia nonna che cercava sempre di soccorrermi mettendosi contro la zia ma lei, brutta e cattiva, rimaneva ostinatamente inflessibile.
Certo, ora tutto questo mi fa sorridere ma a quel tempo mi ricordo che soffrivo tantissimo, volevo mia madre e la invocavo continuamente perché mi riportasse a casa. Ma mamma non c’era e io mi sentivo abbandonata e dimenticata provando tanta sofferenza. L’infelicità e la nostalgia mi attanagliavano così tanto da desiderare perfino di morire. Una volta tornata a casa non riuscivo più ad avere comportamenti affettivi spontanei con lei che mi aveva abbandonato per un tempo così interminabile (così mi è sempre sembrato), ero molto arrabbiata con tutti i familiari ma soprattutto con lei. Forse è stato questo il  motivo che ha interrotto il nostro rapporto per così tanto tempo durato anche dopo la sua dipartita.

Sono state le Costellazioni Familiari che hanno contribuito a fare chiarezza e, grazie ai seminari con Bert Hellinger, che ho frequentato durante la mia formazione come operatrice e facilitatrice per questa pratica, ho potuto riempire i buchi vuoti del mosaico della mia infanzia ritrovando i pezzi saltati via che ostinatamente tenevo da parte per rabbia.

Il movimento verso la madre interrotto precocemente, ha conseguenze di ampia portata per la vita futura e per il successo. Chi ha subito questa interruzione, di solito fa fatica ad andare verso qualcuno, per esempio un partner perché la memoria cellulare del suo corpo ricorda il trauma della precoce separazione. Così, interrompe il suo movimento: invece di andare verso il partner aspetta che sia lui ad avanzare mantenendo spesso la vicinanza con difficoltà nel caso questa si verifichi. In un modo o nell’altro ci si separa invece di unirsi felicemente.

Quale sarebbe dunque la soluzione?

Tornare all’origine del trauma per poterlo superare. Infatti, dietro ogni trauma c’è sempre una situazione in cui un avanzamento verso la madre non è stato possibile, per cui si rimane immobili come inchiodati o paralizzati.

Nonostante la paura, ritornare al trauma e riprendere interiormente il movimento allora ferito o interrotto, risolve a livello emotivo.

Ma che cosa si intende con “movimento interrotto precocemente verso la madre”? Significa tornare ancora una volta nella situazione di allora e sentire nello stesso modo in cui il bambino ferito percepisce. Guardando nostra madre di allora e facendo un piccolo passo verso di lei con amore, nonostante il crescente dolore, le delusioni e la rabbia. Ci si ferma per un po’, la si guarda negli occhi e si aspetta finché non si sente la forza e il coraggio per fare il prossimo passo, e poi ancora un altro e un altro ancora molto lentamente sempre guardandola negli occhi, fino a cadere tra le sue braccia aperte.

Finalmente a casa!

La relazione con la madre è la base di tutte le relazioni.

Autrice: Manuela Mariani

L’albero Faustino

C’era una volta un albero secolare bello, grande, con tantissimi rami pieni di foglie. Era nato in un bosco e aveva sempre vissuto lì in compagnia del resto della vegetazione  che era cresciuta con lui; insomma, conosceva vita, morte e  miracoli di quel posto.
I bambini, quando capitavano con le mamme per giocare, lo notavano subito e, per prima cosa lo abbracciavano e poi lo facevano diventare la tana dell’acchiapparella o il nascondino. Lui era tanto felice perché si sentiva amato e coccolato.
Ma un bel giorno accadde che il povero albero sentiva che la linfa vitale stava piano piano venendo meno: si stava invecchiando, però non era dispiaciuto per se stesso, ma per i bimbi che venivano e, forse un giorno, lo avarebbero trovato spoglio e rinsecchito.
Allora ebbe un’idea: “E se dico alle fogle più alte di gettare i semi perché mi riproduca quando non ci sarò più?”
L’albero che chiamerò Faustino, era molto sentimentale: pensate che piangeva sempre all’idea di non vedere più i bambini, il suo cuore soffriva e stava sempre con “le sue foglie” in un mondo suo, pieno di immaginazione e creatività.
A quella richiesta, la fogliolina più arguta e intelligente, però gli disse: “Ma che cosa vai dicendo, mio vecchio! Tu camperai altri cent’anni: ti sei fissato che devi morire come quella volta che ti piaceva tanto una quercetta tanto carina e te la sei lasciata scappare perché eri convinto che avesse un altro. Smettila di stare troppo per l’aria, quaggiù ci siamo noi. Pensa piuttosto alle tue radici e vedrai che vivrai molto meglio!”.
Faustino ascoltò per l’ennesima volta la ramanzina di Frondina di cui, peraltro, si fidava moltissimo perché spesso, lo aveva ripreso e lo aveva riportato alla realtà.
Come era strampalato Faustino! Però, allo stesso tempo, com’era affascinante, immerso sempre nei suoi sogni!
Frondina era la sua figlia maggiore, ordinata, precisa, razionale, completamente diversa da lui, ma che, nonostante tutto, amava alla follia e che stimava sperando, un giorno, di avvicinarsi a lei. E fu proprio Frondina che lo salvò dalla depressione a cui stava andando incontro: le sue parole erano servite per rinvigorirlo; cominciò a curarsi di più, ad accogliere i bambini a “tronco aperto”, senza però mai rinunciare a quei sogni a cui era tanto affezionato.
Aveva imparato, però (ci vollero anni!) ad amare le sue radici così come amava tutto il resto del suo essere, rami e foglie comprese!


autrice: Isabella Lacasella